Don Tonino Bello

  Piccola Biografia di Don Tonino Bello

 La famiglia e il Seminario   

 

Antonio Bello nasce nell’estremo lembo di terra che costituisce la Puglia: il Salento. Così egli stesso quando già era Vescovo, descrive la sua gente:

 

«una gente che affondava le radici in remotissime civiltà italiche e greche, e che conservava sotto la scorza di una apparente diffidenza i tesori delle successive sedimentazioni, dalle cui cripte affioravano ogni tanto, come le monete messapiche dai sepolcreti del suo sottosuolo, istinti di forze primigenie e schegge di saggezze patriarcali. Una gente adusa al sacrificio e alla durezza della vita, i cui silenzi non andavano interpretati come rassegnazione alla forza del destino, né come allegorie di spinte regressive verso i grembi del quieto vivere, ma come atteggiamento interiore proprio di chi ha già superato certi stadi culturali su cui gli altri ancora si attardano, e in cuor suo se ne ride dei ricorrenti deliri di onnipotenza umana. Una gente povera di denaro, ma ricca di sapienza. Dimessa nel portamento, ma aristocratica nell’anima. Rude nel volto contadino, ma ospitale e generosa. Con le mani sudate di fatica e di terra, ma linda nella casa e nel cuore. Forse anche analfabeta, ma conoscitrice dei linguaggi arcani nello spirito. Una gente “naturaliter religiosa”, che trovava i simboli del suo affido alla Provvidenza in due moduli dialettali molto eloquenti: “fazza Diu” (faccia come vuole Dio) per l’accoglimento delle disavventure, e “se vole Diu” (se Dio vuole) per la consegna delle speranze».

 

È in questa terra e da questa gente che nasce il 18 marzo 1935, ad Alessano, Antonio Bello.

 

Certamente la figura più importante nella sua vita è la mamma, Maria Imperato. Si era sposata con Tommaso l’8 marzo 1934, ma appena 8 anni dopo rimaneva vedova e con tre figli piccoli da accudire. Antonio, Trifone e Marcello. Se quel periodo, nel pieno della seconda guerra mondiale, fu un periodo difficile per tutta la famiglia, mamma Maria non si abbattè mai. La sua fede e il suo impegno non fecero mancare nulla ai figli. Lei casalinga, non aveva mai lavorato fuori di casa, ma dopo la morte del marito fu assunta a Lucugnano in una manifattura di tabacchi. Si alzava alle sei e trenta e si recava al lavoro camminando per circa tre chilometri. Accanto alla mamma altre figure di riferimento come zio Antonuccio che gli regala un’agenda esortandolo a tenere un diario, zio Totò, zia Flora, zia Maria, zia Elvira, zio Pippi, zia Assunta. Sarà proprio questa riconoscenza a mamma Maria, ormai anziana e malata, che per ben due volte porterà don Tonino a rinunciare all’elezione episcopale. E quando sarà Vescovo l’anello che porterà al dito sarà la fede della madre, a cui farà semplicemente aggiungere il monogramma di Cristo. A chi gli chiedeva della mamma in una intervista così risponde: «Mia madre non si è scoraggiata ed ha avuto molta fiducia nel Signore. Non era una bigotta ed ha condotto avanti tutta una famiglia».

 

Di suo padre Tonino ricorda poco. Egli quando si sposa con Maria era vedovo e padre di due figli: Giacinto e Vittorio. Morì improvvisamente, probabilmente per un attacco cardiaco il 29 gennaio 1942. Vent’anni dopo annoterà nel suo diario un ricordo molto dolce e pieno di nostalgia:

 

«Esattamente venti anni addietro morì il mio povero papà: avevo nemmeno sette anni e ora non me lo ricordo nemmeno». E poi scriverà ancora: «Mio padre io non lo ricordo. So che piangevo in segreto quando vedevo i miei compagni delle elementari accompagnati dai loro papà. Capisco che è un travisamento: ma Dio me lo sento così. Come un padre dolcissimo, col quale non mi è difficile confidarmi».

 

Anche i suoi fratelli maggiori moriranno durante il secondo conflitto mondiale. Giacinto, che era radiotelegrafista sui MAS, morì per infarto a Milano il 3 ottobre 1944. E un anno prima il 9 settembre 1943 anche Vittorio era morto nell’affondamento della corazzata Roma.

E così Tonino rimane con sua madre e i due fratelli Trifone e Marcello più piccoli di due e cinque anni. Di quegli anni ricorderà la miseria e le difficili condizioni di vita, ma insieme ad esse di quei tempi e di quella terra conservava il ricordo «delle cose semplici e pulite di cui vivono gli umili: tepori di focolari nelle sere d’inverno, preghiere mormorate attorno alla tavola, sapore di pane (solo pane), profumi di campo e di bucato, interminabili veglie all’aperto nelle notti d’estate, in cui il racconto dei più vecchi si caricava di inesprimibili nostalgie e fermava per un poco i sogni dei più giovani».

 

Ad Alessano Tonino frequenta le scuole elementari dove si affezionò moltissimo al suo maestro e di cui non solo serberà un grande ricordo, ma gli sarà sempre riconoscente per avergli saputo mettere nel cuore la curiosità del conoscere e lo stupore del mistero.

 

Certo il piccolo Antonio non poteva avere coscienza di quello che si andava determinando nella Chiesa ugentina in quegli anni e l’impegno che il giovane Vescovo mons. Ruotolo andava attuando: «Il rinnovamento del seminario, la fondazione dell’Opera Vocazioni, la celebrazione del sinodo diocesano, il rilancio dell’associazionismo ecclesiale in tutte le parrocchie, l’aggiornamento della metodologia catechistica, la coscientizzazione sul problema missionario…primi impegni qualificanti del suo episcopato». Egli però ricordava molto bene l’arrivo di tutti i sacerdoti riuniti dal vescovo per i ritiri spirituali «ed era uno spettacolo vedere, una volta al mese, la piazza di Alessano gremita di calessi per quell’appuntamento di famiglia».

 

Forse fu anche questa esperienza che orientò il piccolo Tonino ad entrare in Seminario alla fine della scuola elementare. Certamente ci fu lo zampino del parroco don Carlo Palese che aveva intravisto in quel ragazzino la luce della vocazione. Era il mese di ottobre del 1945 quando varcò la soglia del Seminario di Ugento, don Tito Oggioni Magagnino lo accolse in Seminario quale prefetto di disciplina e ancora anni dopo ricordava «le lacrime di quel ragazzino confuso e smarrito quando i parenti, la mamma soprattutto, andarono via e rimase solo con i seminaristi e i superiori, mons. Carmelo Cazzato e mons. Antonio De Vitis». Nei giorni successivi tutto si rasserenò e venne a trovarlo anche il parroco.

 

In seguito, ricorderà con affetto e riconoscenza i suoi formatori di Ugento, ripensando a tutto l’impegno profuso per educare alle buone maniere, al rispetto, insomma quella formazione umana fondamentale per la vita di un sacerdote. Passerà in quell’ambiente i cinque anni del ginnasio prima di passare per il liceo al Pontificio Seminario Regionale Pio XI a Molfetta. Qui si distinse per la diligenza nello studio, per l’eccellenza dei risultati, per lo spirito gioviale, per il fisico prestante che lo faceva idoneo a qualsiasi sport. Faceva parte anche del coro del seminario.

 

Di quegli anni ricordava la figura di mons. Salvucci, Vescovo di Molfetta, che sovente si recava presso il Seminario Regionale. Ogni giorno i seminaristi divisi per camerate uscivano per la città per la passeggiata, spesso la meta era il porto lì dove il Vescovo puntualmente faceva la sua passeggiata quotidiana incontrando la gente, per cui il Seminarista potè affiancare alla figura del suo Vescovo, mons. Ruotolo, quella di quest’altro apprezzando quella sua vicinanza con la gente. Ma passati i tre anni di liceo il giovane Bello era destinato a proseguire gli studi a Bologna dove avrebbe incontrato un altro pastore: il card. Lercaro.

 

A Bologna nel seminario Onarmo   

 

Il seminarista Antonio Bello approdò a Bologna nell’autunno del 1953, Nel diario del seminario si legge «La lontana Puglia ha mandato il suo rappresentante ed è bravo musicista e provetto calciatore». Il giudizio dei nuovi educatori fu positivo al pari di quelli dei seminari precedenti. Così si esprimeva mons. Angelo Magagnali: «Giovane di grande intelligenza. Seminarista di soda pietà. Carattere, ottimo, con forte capacità di restare in comunione con gli altri, senza perdere la propria identità. Facilità di riassorbire e dalla scuola e dall’esperienza di vita quanto di meglio trovava. Riusciva nel canto e suonava qualche strumento, specie la fisarmonica. Agilità nel nuoto e nel giocare a pallone».

 

La formazione impartita nel «Seminario dell’Onarmo per la formazione dei Cappellani del Lavoro» riguardava tre ambiti: spirituale, culturale e pastorale. La vita spirituale aveva come culmine e fonte la Messa, vissuta in tutta la sua ricchezza liturgica. Una forte impronta comunitaria regolava i tempi della preghiera liturgica, della meditazione, della lettura spirituale. L’ascolto comunitario della parola di Dio era un elemento caratterizzante la vita del chierico. Il corso triennale di studio, a perfezionamento delle discipline propedeutiche, comprendeva i seguenti argomenti: pensiero sociale della Chiesa; elementi di morale professionale; elementi di pastorale d’ambiente e di teologia del lavoro; storia economica; elementi di psicologia individuale e sociale; sociologia generale e industriale; storia del movimenti sindacali e delle organizzazioni operaie; elementi di medicina del lavoro; principi di diritto pubblico e del lavoro. I programmi erano svolti sulla base del lavoro d’équipe, ossia attraverso l’elaborazione e l’approfondimento in gruppo dei temi introdotti dal relatore. Nei diversi gruppi era prevista la presenza di un sacerdote esperto, già operante nell’apostolato del mondo del lavoro, con la funzione di consulente. Suo compito era quello di facilitare la trasposizione in campo pratico dei principi teorici appresi.

 

Il piano formativo prevedeva un’azione apostolica coordinata, con l’intervento dei superiori e dei chierici in una zona industriale di Bologna, seguendo una precisa linea di azione: studio sociologico della zona pastorale; inserimento nella vita liturgica domenicale delle parrocchie interessate; collaborazione con i movimenti cattolici impegnati nel mondo del lavoro; incontri con i lavoratori delle singole fabbriche; progressiva conoscenza degli ambienti di lavoro. Gli incontri con gruppi qualificati di laici impegnati nel mondo del lavoro e il contatto diretto coni problemi e le diverse attività del mondo industriale e imprenditoriale completavano l’iter formativo contribuendo a realizzare una sintesi tra teoria e prassi. In questa fitta trama di relazioni e contatti, i chierici toccavano con mano la realtà sociale, verificavano la loro vocazione a questo particolare modo di vivere il sacerdozio, affinavano il metodo per il futuro ministero pastorale.

 

In questo contesto, Antonio Bello trovò un ambiente vitale per sviluppare quelle doti già evidenziate nei seminari di Ugento e di Molfetta. Sotto questo profilo, è illuminante la testimonianza di mons. Magagnali: «L’impatto di Tonino con la pastorale del lavoro fu felice: il nostro non era un seminario dotato di tutti i crismi della modernità, ma era un luogo dove si insegnava a vivere da poveri, fiduciosi nella divina Provvidenza, con un intento solo: formarsi ad aiutare gli operai, i poveri di allora, ad accogliere il messaggio cristiano come l’unica salvezza. Non vi erano domestici nel seminario per cappellani del lavoro, e superiori ed allievi mangiavano alla stessa mensa curando i più umili uffici di casa. Tonino Bello accettò in pieno questo modo di vivere semplice: credo che l’educazione impartitagli dalla sua santa mamma continuasse a rivivere nel suo cuore e nella sua mente senza venire contraddetta dal nostro stile di vita».

 

Il giovane seminarista si distinse per le sue capacità intellettuali e più volte fu invitato a scrivere sulla rivista dell’Istituto.

 

A Bologna dalle mani del Card. Lercaro, il giovane Bello ricevette gli ordini minori, e l’ordinazione Diaconale. Ma fu mons. Ruotolo nella sua Alessano che l’8 dicembre 1957 lo ordinò presbitero. L’età non era ancora quella canonica, ma il Vescovo richiese la dispensa per ordinare questo giovane promettente sacerdote. Mons. Cremonini, Padre spirituale del seminario Onarmo, così scrive il 6 dicembre 1957 alla mamma di don Tonino:«Nella festa a noi tanto cara della Immacolata regina del cielo e della terra, sarà conferita una dignità divina e il potere di dispensare alle anime dei fedeli gli ineffabili doni della grazia al suo egregio ed amabile figliolo, dotato di speciali doti di mente e di cuore, ornamento del nostro Seminario».

 

Egli rimase a Bologna un altro anno per completare gli studi con la Licenza in S. Teologia conseguita presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Vengono il 4 novembre 1959. Molti avevano messo gli occhi sul brillante sacerdote talentino, mons. Benelli, allora responsabile dei preti operai, lo preconizzava un ottimo cappellano del lavoro nella rossa e anticlericale Emilia Romagna, i responsabili dell’Onarmo, lo volevano  ancora là per fargli fare esperienze pastorali di punta e il cardinal Lercaro avrebbe voluto tenerlo con sé. Ma mons. Ruotolo fu irremovibile: rivolle don Tonino in diocesi, di cui aveva intuito le qualità, la finezza di cuore e di testa, e a chi voleva trattenerlo diceva per battuta: «Datemi due preti giovani in cambio di don Tonino». E così dalla fine del 1958 don Tonino rientrò in diocesi, nominato vicerettore nel Seminario Minore di Ugento, affiancando don Tito Oggioni Macagnino che dal 1955 era Rettore.

 

Gli studi e la tesi   

 

Durante gli anni di permanenza nel seminario di Ugento decise di completare i suoi studi iscrivendosi al corso di laurea in filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’università di Lecce. Da subito, però, nacque una contesa fra don Antonio Bello e l’Università di Lecce: l’oggetto era il mancato riconoscimento da parte dello Stato italiano della Licenza in S. Teologia come titolo valido per l’ammissione alla Facoltà Universitaria. Inizialmente, la Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi ritenne la Licenza in S. Teologia di don Antonio Bello equivalente al diploma di laurea in S. Teologia e, quindi, idonea all’immatricolazione presso le Università Statali, in base all’articolo 40 del Concordato. Antonio Bello risultò immatricolato l’anno successivo, in data 30 dicembre 1961. Sembrava tutto risolto, ma, di fatto, egli non poté sostenere gli esami, perché era in attesa di una decisione definitiva, valida in sede nazionale per  tutte le università, da parte del Ministero della Pubblica Istruzione, che pure, in precedenza, riguardo al caso Bello, aveva espresso parere favorevole. Non avendo alcun riscontro, don Tonino il 5 aprile 1962 scrisse una «risentita lettera al Ministro Pisanelli, Rettore dell’Università di Lecce, per l’indifferente lentezza con cui procedono circa la mia ammissione alla Facoltà di Filosofia». Dall’anno accademico 1962/63 al 1965/66, don Tonino continuò a pagare regolarmente le tasse senza ottenere risposta. La contesa si “risolse”con la rinuncia agli studi presentata nel 1982.

 

Nel frattempo, don Tonino non rimase inerte: accogliendo l’invito di mons. Ruotolo, s’iscrisse alla Pontificia Università Lateranense. Era il 1962. Fu ammesso come studente non frequentante, perché docente presso il seminario di Ugento. Nei tre anni successivi, don Bello sostenne gli esami e lavorò alla tesi dottorale in teologia dogmatica intitolata I Congressi eucaristici e il loro significato teologico e pastorale, sotto la guida del prof. Roberto Masi. Il 3 luglio 1965 discusse la sua tesi, avendo come correlatori mons. Filippo Caraffa e p. Idelfonso Tassi.

 

Il periodo degli studi romani coincide con lo svolgimento del Concilio Ecumenico Vaticano II, ed è in questo contesto che egli si radica rifacendosi alla più genuina tradizione ecclesiale, i teologi cui si rivolge sono quelli che hanno preparato e fatto il Concilio, e guardando ai risultati del Concilio stesso, non sono un caso le citazioni e i riferimenti costanti al Concilio Vaticano II, di cui egli si nutre proprio in questo periodo a mano a mano che il Concilio procede e i documenti vengono pubblicati.

 

 

È in tale contesto che deve essere letta la tesi dottorale. Questa consta di tre parti. La prima fa riferimento alla storia dei Congressi Eucaristici. Si mette in evidenza il contesto storico a cavallo fra ‘800 e ‘900, quindi si delineano gli elementi portanti che caratterizzano i Congressi Eucaristici Internazionale e quelli Nazionali.

 

Delineato il processo storico che porta ai Congressi Eucaristici, nella seconda parte se ne delinea il significato telogico. Attenzione va posta nel metodo seguito da don Tonino in questa sezione: egli parte dalla descrizione del culto eucaristico formatosi nella tradizione della Chiesa; poi passa a considerare le fonti magisteriali relative al dogma eucaristico; infine si sofferma sui fondamenti scritturistici. Questa tripartizione è la stessa che poi verrà delineata dal Concilio nell’Optatam Totius (n.16) circa lo studio della teologia, sia pur con una dinamica inversa (l’O.T. pone al primo posto la riflessione scritturistica, quindi lo studio della Tradizione e di conseguenza le fonti del Magistero), ciò che conta, però, è aver rilevato come culturalmente e metodologicamente il giovane sacerdote si era già posto in piena prospettiva conciliare. Egli conclude questa seconda parte affermando il primato regale di Cristo, non solo in riferimento al culto, ma anche in riferimento alla società.

 

La terza parte si sofferma sulle prospettive pastorali, ed è proprio qui che vanno colti gli aspetti più originali del lavoro di don Tonino. Egli partendo dalle prospettive ecclesiologiche riferite alla Chiesa popolo di Dio delineate nella Lumen Gentium, si apre a considerare l’importanza dell’Eucaristia nell’ottica ecumenica (L’Eucaristia e l’Oriente), nell’ottica sociale (L’Eucaristia e la pace; l’Eucaristia e i lavoratori), quindi passa a considerare l’Eucaristia nell’ottica dell’edificazione e della formazione della comunità ecclesiale (Comunione frequente e comunione dei fanciulli; L’Eucaristia e la perfezione cristiana, soprattutto sacerdotale; La Santa Messa: centro della pietà eucaristica; L’Eucaristia e la Madonna).

 

Chi dopo la sua morte parlerà di una “conversione” del Vescovo Bello alle tematiche sociali dopo la sua nomina a presidente di Pax Christi, sarà smentito proprio da questo lavoro giovanile. Infatti non di «svolte irenologiche» o di «radicale ripensamento della teologia che aveva studiato», ma piuttosto si deve parlare dell’Eucaristia come del vero punto di riferimento di tutta la riflessione e di tutta l’azione del sacerdote prima e del vescovo poi. Questo deve essere posto in evidenza sia nella prospettiva comportamentale, sia in quella elaborativa del suo pensiero.

 

Il sacerdote ugentino   

 

Da subito la collaborazione fra don Tito, rettore, e don Tonino, vicerettore, si rivelò proficua, fra loro vigeva un’intesa implicita, che non aveva bisogno di troppe parole, ma che si coglieva all’esterno e che li fece ribattezzare i Santi Medici. Il loro insegnamento era imperniato su una robusta pedagogia dei valori, scevra da ogni compromesso e giovanilismo: si trattava di far scoprire, amare, vivere i valori con gioia, con entusiasmo, con prontezza, incarnandoli e vivendoli. Tale rigore don Tonino lo riservava anzitutto a se stesso, consapevole di dover smussare le spigolosità del suo carattere che attendevano redenzione, perché l’incontro col Signore della Vita fosse pieno e completo. Si legge in un suo scritto del 2 aprile 1962: «Sono un impasto di mansuetudine e di ira, di superbia e di modestia, di bontà e di durezza. Sono un intruglio di fervore e di frigidezza, di dissipazione e di raccoglimento, di slanci impetuosi e di apatica immobilità. Sono un polpettone di carne e di spirito, di passioni indomite e di mistiche elevazioni, di ardimenti coraggiosi e di depressioni senza conforto. Dio mio, purificami da queste scorie in cui naviga l’anima mia; fammi più coerente, più costante. Annulla queste misture nauseanti di cui sono composto,perché io ti piaccia in tutti, o mio Dio».

 

L’istintiva e quasi spontanea destrezza nell’educare non deve far pensare ad un’improvvisazione, anzi, in questo processo erano implicate le più efficaci e profonde ispirazioni pedagogiche. Racconta don Tito che i tre principi di don Bosco, ragione, religione, amorevolezza, uniti al suo metodo preventivo, permeavano tutte le loro intenzioni e azioni. Don Tonino non dimenticava mai di far leva sul positivo, la gioia (servite Domino in laetitia) e l’impegno (ad maiorem Dei gloriam) erano costanti sempre attuate e attuali. Avviluppati da questo clima di “perfetta letizia”, davvero, si dichiarava guerra ad ogni torpore spirituale: «Scrupoli e malinconia fuori da casa mia». La massima di San Filippo Neri era il motto del seminario.

 

Il nostromo di bordo, così don Tonino si autodefinisce in un breve scritto rivolto ai suoi seminaristi, apparso sul giornalino del Seminario Antenna, aveva cura e attenzioni per ciascuno, al punto che, chi le riceveva, sentiva di essere l’unico del suo cuore; don Tonino creava, cioè, con ciascuno un rapporto esclusivo. Nei confronti dei ragazzi affidatigli aveva le cure e le premure di un papà. Si rivolgeva ai suoi ragazzi chiamandoli i miei prodi e a tutti e a ciascuno singolarmente dava grande importanza, addirittura attribuendone una descrizione gustosa e simpatica e componendo veri e propri poemi, salutandoli con poesie, in cui raccontava l’assenza e la nostalgia dei volti, unita al desiderio di avvicinare le vacanze, il soggiorno estivo a Tricase porto, per poterli rivedere.

 

Come primizia, ai seminaristi, faceva capire e gustare la liturgia, che aveva appreso a Bologna alla scuola del Cardinal Lercaro. Lo attesta ciò che egli stesso scrive nel suo diario il 21 gennaio 1962: «Prima di mezzogiorno e poi anche verso le 15 e 30 sono stato in colloquio col Padre (un padre orientale che aveva dettato il ritiro ai ragazzi), che mi ha spiegato minutamente la liturgia si San Giovanni Crisostomo che stasera poi dovevo commentare durante la celebrazione dello stesso padre, in cattedrale davanti a un pubblico numerosissimo e attento. Anche il Padre è rimasto contento della mia spiegazione e don Cosimino mi ha ringraziato in pubblico». E, ancora, è egli stesso a dichiarare di dedicarsi allo studio del Righetti riguardante il breviario. Di quanto continuava a studiare, non faceva segreto, era, invece, bellezza da far brillare, ricchezza da condividere. Lo attesta il suo diario del ‘60 dove si legge che don Tonino girava tra i sacerdoti e tra i laici per spiegare la Messa, in seguito alla prima riforma liturgica inaugurata dal Cardinal Lercaro. Le persone che lo circondavano, ma in particolare loro, i ragazzi del seminario, che con lui vivevano e da lui imparavano, respiravano già i fermenti che avrebbero poi approfondito durante il Concilio Vaticano II, erano già immersi in questo “lievito nuovo”.

 

Il ministero parrocchiale   

 

Dopo gli anni vissuti intensamente in seminario, don Tonino fu mandato, nel 1978 dal vescovo Mincuzzi, nella parrocchia del “S. Cuore” di Ugento come amministratore parrocchiale.

 

Da subito, riorganizzò il Consiglio Pastorale, i cui membri gestivano il patrimonio della parrocchia, si occupavano delle catechesi e delle scadenze liturgiche. Volle sempre una cura particolare nella preparazione al commento delle letture della domenica, perché desiderava che la gente progredisse spiritualmente e umanamente. Sempre a proposito della liturgia, al canto fu data grande importanza, fu considerato quale è: pienamente preghiera. Prima della messa, don Tonino stesso insegnava le parole e le tonalità dei canti. Finalmente, don Bello era fra la gente che egli amava e che voleva servire e che, egregiamente e gioiosamente, servì, al punto che, quando dopo meno di un anno mons. Mincuzzi lo nominò parroco di Tricase, i parrocchiani del “S. Cuore” contestarono apertamente il vescovo sul sagrato della chiesa.

 

Lo stesso impegno profuse a Tricase, che, a dispetto del nome, è fra i centri più importanti del Basso Salento, nella Chiesa Madre, dedicata alla Natività di Maria SS., avvalendosi anche «dell’esperienza collaterale e sintonizzata dei parroci del luogo: don Donato, don Eugenio, don Antonio Ingletto». Don Tonino fu mandato a Tricase per fare un’esperienza pastorale diretta, per essere immerso in un popolo, per conoscere la gente nella sua povertà e nelle sue frustrazioni, nelle sue gioie e nei suoi entusiasmi.

 

La parrocchia, dunque, fu per don Tonino l’occasione per attuare le direttive elaborate nel piano quadro della diocesi:

 

la catechesi aperta all’affermazione della giustizia e alla crescita della coscienza comunitaria a sostituzione del culto inteso come semplice devozione; la liturgia vissuta e praticata dalla comunità come incontro diretto con Dio e liberata da forme arcaiche di culto; l’impegno caritativo, che partiva dall’osservazione dei bisogni dell’uomo e che si attuava in momenti d’intervento e condivisione.

 

Egli poi sosteneva la relatività della parrocchia, che è Chiesa solo in perfetta comunione con la diocesi. Tale comunione è dono di grazia e volontà di vivere in questo dono, anche se richiede fede e sacrificio.

 

Egli volle che la parrocchia fosse anche luogo di dibattito sociale e culturale per formare coscienze libere e critiche, capaci di esprimersi anche su questioni di respiro universale: fondò, dunque, il Centro Teologico di Lettura, a cui donò gran parte dei suoi libri. Tale centro divenne luogo d’incontro e di dibattito, ma anche supporto valido per gli studenti di ogni ordine di scuola. Il sogno di don Tonino fu quello di collegare il Centro alla Scuola Diocesana di Teologia di Ugento e di farne “una voce sul territorio”.

 

In parrocchia, don Tonino istituì il Gruppo Caritas, con il suo osservatorio delle povertà. Già da allora nella sua prassi pastorale si evidenziò questa sensibilità nei confronti dei poveri. Da vescovo spiegherà che il cuore della Chiesa è proprio la Caritas, che non è l’organo che eroga l’elemosina ai poveri, ma che è «l’organo che aiuta l’organismo a realizzare una sua funzione vitale: la pratica dell’amore. È l’occhio che fa vedere i poveri, antichi e nuovi. È l’udito che fa ascoltare il pianto di chi soffre ed amplifica la voce di Dio che provoca al soccorso ed alla salvezza». La stessa sensibilità unita all’intelligenza indusse don Bello ad interrogare il territorio e a fondare l’A.DO.VO.S. (associazione donatori volontari del sangue) per sconfiggere la piaga del commercio di sangue.

 

In conformità alle direttive del Magistero più avanzato di quegli anni, don Tonino Bello favorì la partecipazione dei laici alla gestione diretta dei beni della parrocchia istituendo il Consiglio Pastorale Parrocchiale e il Consiglio per gli Affari Economici. Il Consiglio Pastorale fu eletto per la prima volta con metodo democratico, cioè con vere e proprie elezioni svolte in chiesa abolendo così la creazione dall’alto di questo organismo.

 

Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi   

 

Eletto Vescovo il 10 agosto 1982 delle diocesi di Molfetta, Giovinazzo, Terlizzi e il 30 settembre dello stesso anno di Ruvo di Puglia, con stile nuovo egli aveva preparato un messaggio, datato agosto 1982, che aveva inviato alla sua nuova sposa e che sarà letto in tutte le chiese il 19 settembre. In esso rivolgendosi direttamente ai “miei cari fratelli delle chiese di Mofetta, Giovinazzo e Terlizzi” scrive: «il Signore mi manda in mezzo a voi perché mi metta a camminare alla Sua sequela, cadenzando il mio passo col vostro, che so agile e spedito». E poi continua: «Sulla via ci aiuteremo a vicenda. Spartiremo il pane e la tenda. Anzi, faremo n modo che la nostra tenda e il nostro pane siano disponibili per quanti, dispersi o sbandati, incontreremo nel viaggio». Infine scrive: «Ancora non conosco i vostri volti,però stringo egualmente la mano di tutti, non solo di voi credenti, ma anche di coloro che, pur non condividendo le nostre speranze cristiane, sperimentano come noi la durezza della strada e si impegnano perché la loro vita e quella degli altri sia più degna dell’uomo. Ma non è già questa una speranza cristiana?».

 

In questo primo messaggio già sono presenti quelle tematiche che faranno da trama a tutto l’episcopato. La sequela Christi, il camminare insieme, l’attenzione ai volti, l’apertura ai dispersi e sbandati, il dialogo con chi non è cristiano.

 

Ma più del messaggio colpì il gesto messo in atto dal neoeletto. Non una delegazione che facesse visita a Tricase, ma lui venne a fare visita al clero il  6 settembre. Arrivò con la sua vecchia fiat 500 e con la sua consueta cordialità si presentò al clero riunito nell’aula del Seminario Vescovile.

 

Il novello Vescovo si trovò a fare delle scelte apparentemente marginali: lo stemma, la croce pettorale, il pastorale, l’anello, il guardaroba. Fece scelte oculate e orientate a fare delle insegne episcopali non segni del potere, ma si impegnò a dare potere ai segni. E così ridusse al minimo essenziale il suo guardaroba rifiutando di farsi confezionare la talare paonazza, ma usò sempre e soltanto la talare nera filettata, anche all’ordinazione episcopale. Lo stemma lo volle semplice, riprendendo quello del suo paese Alessano che aveva nello scudo due ali a cui aggiunse una croce. E come motto scrisse: “Ascoltino gli umili e si rallegrino” che solo per motivi araldici si piegò ad apporre in latino “Audiant et laetentur”, perché diceva i poveri non conoscono il latino. Ma ancor più potenti furono i segni scelti per il suo ministero episcopale: il pastorale in legno d’ulivo, più simile al vincastro di un pastore che allo scettro; la croce pettorale semplice nella sua fattura, anche questa di legno, sostituibile con poca spesa; e infine l’anello, quello della madre.

 

Questa semplicità fu subito notata al primo colpo da Presidente della Repubblica Sandro Pertini, cui il Vescovo dovette recarsi in Quirinale per il giuramento di rito. In tale circostanza Il Presidente si meravigliò di quel segno apposto sul petto nel Vescovo e ne fu soggiogato. Don Tonino non si fece sorprendere e subito regalò la sua croce pettorale al Presidente. Il potere dei segni aveva avuto già il sopravvento sui segni del potere.

 

Fu ordinato nella Piazza di Tricase il 30 ottobre 1982 e successivamente il 21 novembre 1982 faceva l’ingresso a Molfetta (seguiranno il 28 gennaio a Giovinazzo; il 5 dicembre a Terlizzi e l’8 dicembre a Ruvo). Subito si mise all’opera incontrando le varie realtà pastorali della Diocesi. Dalle pagine del Settimanale Diocesano «Luce e Vita» comunicava con i suoi fedeli. richiamò il valore della liturgia e convocò il convegno Catechistico Interdiocesano per l’estate del 1983 sui temi dell’Evangelizzazione. Pose poi l’accento sulle 7 più grandi ingiustizie del mondo, senza dimenticare i problemi della gente. E così si fece vicino alle esigenze dei disoccupati delle Acciaierie Pugliesi di Giovinazzo, dei tossicodipendenti e degli sfrattati.

 

Aperta la sua casa agli ultimi, si impegnò sul fronte della giustizia con chi era nel bisogno, spingendo la sua attenzione verso i più poveri di questa nostra società, i tossici. Sicché nel 1985 fondò la Comunità di Accoglienza e Solidarietà “Apulia”, che nel suo acrostico suona col nome familiare di C.A.S.A., ad indicare che il recupero per i tossicodipendenti non passa solo per una cura disintossicante, ma passa per un recupero di tutta la persona a quote di normalità familiare e sociale.

 

Su questo progetto investì molte energie e molte risorse, destinando ogni provento personale, derivante da predicazioni o offerte per conferenze a questo fine. Anzi, trovandosi in ristrettezze economiche per il pagamento di mutui contratti per l’acquisto della struttura della C.A.S.A. , continuò sempre a confidare nella Provvidenza, tanto da non lasciare alcun debito alla sua morte e consegnando tutta la proprietà alla Diocesi.

  

Presidente di Pax Christi   

 

Nel 1985 fu nominato Presidente nazionale di Pax Christi, facendosi profeta di giustizia sulle vie della pace fino all’ultimo suo respiro. Così scriveva alla vigilia del viaggio a Sarajevo quando già la malattia aveva minato in modo irreversibile il suo fisico: «Il cammino verso Sarajevo, che si compirà dal 7 al 13 dicembre, da un esercito disarmato di operatori di pace, ha un celebre precedente: l’irruzione di Francesco d’Assisi nel campo militare di Damietta, in Palestina presidiata dal sultano Melik el Kamil. Nel giugno del 1219, la flotta dei crociati partì da Ancona verso la Palestina, alla conquista dei Luoghi Santi. Su una nave salì anche Francesco, col segreto disegno di convertire i soldati a propositi di nonviolenza, ma anche col desiderio di frapporsi, disarmato, tra i Saraceni e i crociati. Una autentica rottura della logica corrente, che sconcertò positivamente il sultano e lo Stato generale del suo esercito. Il cammino verso Sarajevo, che partirà anch’esso da Ancona, vuole ripetere lo stesso gesto di Francesco. Porsi come richiamo alla tragicità della violenza che non potrà mai risolvere i problemi dei popoli».

 

Un impegno per la pace suggerito, assunto e realizzato fin negli ultimi giorni di vita con un ultimo accorato appello a tutti i responsabili della guerra nella ex Jugoslavia: «A tutti diciamo: deponete le armi, sottraetevi all’oppressione dei mercanti della guerra… Dove vorreste che, nel libro della storia dell’umanità, negli anni futuri, il vostro nome venisse letto: nel libro della vita o nel libro della morte? Purtroppo quello che si sta scrivendo è il libro della morte. E voi, responsabili dei Paesi più ricchi e potenti del mondo, dagli Stati Uniti d’America ai paesi dell’Europa, non sottraetevi alla responsabilità di influire in modo determinante, non con le armi che consolidano la vostra potenza e le vostre economie, ma con efficaci mezzi di pressione e di dissuasione, per fermare questa carneficina, che disonora insieme chi la compie e chi la tollera».

 

La malattia   

 

La malattia lo colse in maniera improvvisa. Egli non si scoraggio e dopo essere stato operato allo stomaco una prima volta, torno al suo ritmo pastorale. Poi il male riprese tutta la sua virulenza e a nulla valsero le cure. Egli fece del suo letto di dolore un  «altare scomodo» da cui continuò ad esortare, a incoraggiare, a stare a fianco del suo popolo, che aveva amato fin dal primo momento e che adesso continuava a servire. Debilitato nel corpo, il suo spirito era più vivo e sensibile che mai.

 

Chi ha avuto la possibilità in quei giorni di avvicinarlo conserva come una reliquia un suo gesto, una sua parola, un suo silenzio.

 

Mons. Bello, però, oltre a questo diuturno contatto con le persone che chiedevano di visitarlo, non dimenticò il suo speciale contatto con la gente, con i suoi fedeli, col suo popolo. E così ha continuato fino all’ultimo a tessere la trama del suo colloquio d’amore con la sua diocesi. E sia pur a fatica ha scritto, e negli ultimissimi giorni dettato, i suoi messaggi, le sue lettere pubbliche, i suoi discorsi.

 

La sua ultima apparizione pubblica in Cattedrale avvenne il Giovedì santo durante la Messa Crismale. Posto su di una carrozzella e sollevato di peso volle farsi condurre in Cattedrale tra il suo presbiterio e la sua gente. Aveva quasi bisogno di quel contatto fisico con la sua chiesa. Rimase sul presbiterio per tutto il tempo della Messa Crismale, e alla fine volle prendere la parola. Parlò a braccio e tutti sapevano che quello era il testamento che il Pastore stava consegnando al suo gregge.

 

Poi affaticato fu ricondotto nella sua stanza in episcopio, stanza che non lasciò più.

 

La gente della sua diocesi lo amava e lui amava la gente.

 

È morto a Molfetta il 20 aprile 1993. I funerali, celebrati sulla piazza antistante l’antico Duomo, furono seguiti da una folla innumerevole di persone giunte da tutta l’Italia.

 

Il suo corpo fu traslato e tumulato nel cimitero di Alessano, dove tuttora riposa.

 

 Una testimonianza che cresce nel tempo   

 

Dopo la morte, la memoria di mons. Bello non si è mai affievolita nel cuore dei suoi fedeli. Essi hanno conservato nel proprio cuore come gemme preziose ogni parola ascoltata e ogni gesto vissuto. Soprattutto hanno tenuto vivo l’insegnamento consegnato dal Pastore alla sua Chiesa: «amate Gesù Cristo», «amate i poveri», «amate la povertà», «siate costruttori di pace». Ed è sul fondamento di questa testimonianza che in questi anni si sono moltiplicati i Centri Caritas e le Case di Accoglienza intitolati alla memoria di don Tonino, sparsi per tutta Italia. E a mano a mano che passa il tempo la sua testimonianza viene conosciuta dai giovani attraverso i suoi scritti, e molti gruppi, soprattutto delle regioni del nord sentono il bisogno di recarsi a Molfetta nei luoghi dove Mons. Bello è vissuto e per ascoltare la testimonianza di coloro che lo hanno conosciuto.

 

Natura della Beatificazione e della Canonizzazone.   

 

Prima di trattare dell'attuale procedura delle cause di beatificazione e di canonizzazione, è opportuno definire questi stessi termini precisamente e brevemente alla luce delle precedenti considerazioni. La canonizzazione, generalmente parlando, è un decreto che riguarda la venerazione ecclesiale pubblica di un individuo. Tale venerazione comunque può essere permissiva o precettiva, universale o locale. Se il decreto contiene una prescrizione, ed è universale nel senso che lega l'intera Chiesa, si tratta di un decreto di canonizzazione; se invece permette soltanto tale culto, o se lega sotto prescrizione ma non riguardo a tutta la Chiesa, si tratta di un decreto di beatificazione. Nell'antica disciplina della Chiesa, probabilmente addirittura sino al tempo di Papa Alessandro III (†1181), in molte diocesi i vescovi potevano concedere che una pubblica venerazione fosse tributata a dei santi, e tali decreti episcopali non erano soltanto permissivi, ma, ci sembra, precettivi. Tali decreti, comunque, non potevano prescrivere l'onore universale; l'effetto di un atto episcopale di tale tipo era equivalente alla nostra moderna beatificazione: In tali casi non c'era, propriamente parlando, nessuna canonizzazione, tranne che con il consenso del Papa che estendeva il culto in questione, implicitamente o esplicitamente, e che lo imponeva con una prescrizione a tutta la chiesa. Nella più recente disciplina la beatificazione è un permesso a venerare, concesso dal Romano Pontefice con restrizione a certi luoghi e a certe pratiche liturgiche. Così alla persona nota come Beato (cioè Beatificato) non è lecito tributare pubblica reverenza al di fuori del luogo per il quale il permesso è concesso, o recitare un ufficio in suo onore, o celebrare la Messa con preghiere che si riferiscono a lui, tranne che non si sia concesso uno speciale indulto; ugualmente, altre forme di onore sono state interdette. La canonizzazione è una prescrizione del Romano Pontefice che ordina che la venerazione pubblica sia tributata a un individuo nella Chiesa Universale. Riassumendo, la beatificazione, nella presente disciplina, differisce dalla canonizzazione in questo: che la prima implica (1) un permesso a venerare ristretto localmente, non universale, che è (2) un mero permesso, e non un precetto; mentre la canonizzazione implica un precetto universale. In casi eccezionali uno elemento o l'altro di tale distinzione può mancare; così Papa Alessandro III non soltanto permise ma ordinò il culto pubblico del Beato Guglielmo di Malavalle nella Diocesi di Grosseto, è la sua decisione fu confermata da Papa Innocenzo III (1160-1216); Papa Leone X (1475-1521) agì allo stesso modo riguardo al Beato Osanna per la città e il distretto di Mantova; così anche Papa Clemente IX (1600-1669) riguardo alla Beata Rosa da Lima, quando la scelse quale patrona principale di Lima e del Perù; e Clemente X (1590-1676), proclamandola patrona di tutta l'America, le filippine e le Indie. Clemente X scelse anche il Beato Stanislao Kostka come patrono della polonia, della Lituania e delle province alleate. Ancora, riguardo all'universalità, Sisto IV (1414-1484) permise il culto del Beato Giovanni Boni nella Chiesa Universale. In tutti questi esempi ci fu soltanto una beatificazione. Il culto della Beata Santa Rosa da Lima, è vero, era generale ed obbligatorio per l'America, ma, mancando la completa obbligatoria universalità, non era strettamente par-lando una canonizzazione (Benedetto XIV, op. sit., I, xxxix). La canonizzazione, perciò, crea un culto che è universale ed obbligatorio. Ma nell'imporre quest'obbligo il Papa può usare, ed in effetti usa, uno di questi due metodi, ognuno dei quali costituisce una nuova specie di canonizzazione, cioè la canonizzazione formale e la canonizzazione equivalente. La canonizzazione formale si ha quando il culto è prescritto con una decisione esplicita e definitiva, dopo un adeguato processo giudiziale e le cerimonie usuali in tali casi. La canonizzazione equivalente si ha quando il Papa, omettendo il processo giudiziale e le cerimonie, proclama qualcuno servo di Dio per essere venerato nella Chiesa Universale; questo accade quando un tale santo è stato dai tempi antichi oggetto di venera-zione, quando le sue virtù eroiche (o martirio) e i suoi miracoli sono ripor-tati da storici affidabili, e la fama della sua miracolosa intercessione è ininterrotta. Molti esempi di tale canonizzazione si trovano in Benedetto XIV; per esempio, i Santi Romualdo, Norberto, Bruno, Pietro Nolasco, Raimondo Nonnato, Giovanni di Matha, Felice di Valois, la Regina Margaret di Scozia, il Re Stefano d'Ungheria, Venceslao Duca di Boemia, e Papa Gregorio VII. Tali esempi offrono una buona prova della prudenza con cui la Chiesa Romana procede in queste canonizzazioni equivalenti. San Romualdo non fu canonizzato che 439 anni dopo la sua morte, e tale onore pervenne a lui molto prima che a tutti gli altri sopra menzionati. Si può aggiungere che la canonizzazione equivalente consiste usualmente nel prescrivere da parte del Papa un Ufficio e una Messa in onore del san-to, e che il solo comparire nell'elenco del Martirologio Romano non implica in alcun modo questo onore (Benedetto XIV, l, c., xliii, n. 14).

 

 Diocesi di Molfetta

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Mons. Antonio Bello, Servo di Dio

Ottenuto il nulla osta per l'iter della causa di Beatificazione

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La Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, avendo ottenuto le necessarie approvazioni richieste dalla normativa canonica vigente, inizierà l’iter per la Causa di Beatificazione del Servo di Dio Mons. Antonio Bello Vescovo di Molfetta Ruvo Giovinazzo Terlizzi

 

L'annuncio è stato dato con commozione da mons. Luigi Martella nella conferenza stampa indetta il giorno 21 dicembre 2007.

  

 

Editto per la Causa di Canonizzazione del Servo di Dio Antonio Bello   

LUIGI MARTELLA
DOTTORE IN S. TEOLOGIA
Per grazia di Dio e della Sede Apostolica
VESCOVO DI MOLFETTA – RUVO – GIOVINAZZO – TERLIZZI




Editto


Accogliendo l’istanza di S. E. Mons. Agostino Superbo, Arcivescovo Metropolita di Potenza — Muro Lucano — Marsiconuovo, Postulatore legittimamente costituito, che in data 4 marzo 2007 Ci ha chiesto con il Supplex Libellus di introdurre la Causa per la Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Antonio Bello (Alessano 1935 –  Molfetta 1993), dopo aver ottenuto l’unanime consenso della Conferenza Episcopale Pugliese e il nulla osta della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi,
con il presente EDITTO
secondo le Normae servandae n.11 b, e l’Istruzione Sanctorun Mater art. 43 §3,
informiamo la Comunità diocesana che intendiamo introdurre
la
CAUSA DI
BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE
del Servo di Dio Antonio Bello,
vescovo.
Considerata la grave responsabilità che tale decisione comporta, invitiamo formalmente tutti coloro che fossero a conoscenza di qualche ostacolo, che possa essere discordante circa la fama di santità di detto Servo di Dio, a dame notizia al Sottoscritto o al Postulatore.
A norma delle disposizioni canoniche relative al caso, tutti coloro che fossero in possesso di scritti (manoscritti, diari, lettere…) e ogni altro documento (video, audio…) di mons. Antonio Bello, sono invitati a porli a disposizione del Postulatore della Causa presso la Curia Vescovile di Molfetta. Se il possessore di tali documenti e/o scritti intenderà conservarne l’originale, potrà esibirne copia debitamente autenticata.
Il presente EDITTO rimarrà affisso per la durata di tre settimane all’albo della Curia Vescovile di Molfetta, nelle Chiese, Parrocchie, Conventi e Istituti di Vita Consacrata. Sarà inoltre pubblicato sul Settimanale Diocesano “Luce e Vita” e sul quotidiano
“Avvenire”.
Dato a Molfetta dalla Sede Vescovile il 20 aprile 2008
V Domenica di Pasqua




Luigi Martella

+ vescovo

 

 

Il Cancelliere Vescovile
Don Nunzio Palmiotti